Castrenziu” e la "vinnigna". Racconto di Tanina Lipari

Immagine articolo: Castrenziu” e la “vinnigna“. Racconto di Tanina Lipari

Pubblichiamo un racconto sulla vendemmia di Tanina Lipari intitolato “Castrenziu”.

“Mentre sorvegliava le donne che rimestavano nelle quadare per fare vino cotto e la mostarda, il pensiero di Ciccina si fermò su Castrenziu, aveva lavorato cogli altri alla vigna di Tabaccaru, tornando solo per pochi istanti prendendosi il compito anche di guidare carri e bestie che tornavano in paese cariche di  mosto da portare per le botti ed avere cosi l’occasione di vederla per un attimo, abbracciarla e tenersela vicina, sapere che niente era capitato a lei e alla creatura che doveva ancora nascere. 

Castrenziu le amava come le proprie visceri, fortemente, intensamente come si ama e si vuole il proprio respiro vitale. Se ne era reso conto dal momento in cui l’aveva vista due anni prima  nella stessa terra di Tabaccaru e donna Rusina l’americana s’era intestata che proprio lì dovevano fare la salsa di pomodoro, quindi si dovette accontentarla come moglie del proprietario, procurarle i pomodori dal vecchio Napuli, che ne approfittò per un prezzo esagerato, attaccagnato com’era al suo, senza trattative alcune. Si cercarono le grandi quadare e altri attrezzi necessari alla bisogna.

Femmine per aiutarla ce n’erano a sufficienza, dovevano già preparare la mangiata per gli uomini che vendemmiavano. Di queste alcune furono trasferite sul retro, dove c’era la pinnata granni e si poteva fare il fuoco sul terreno libero e ben battuto del retro, quadare su, pomodoro lavato vicino alla cisterna, e su a cuocere, e donne forti e muscolose che giravano le pale grandi. 

Ciccina, no, perché quella mattina si era accorta di avere le sue cose, per cui non poteva fare la salsa. Già si era infardata con le sue pezze, legate con spilloni da balia. Sentiva la pancia che si torceva, il flusso non era ancora abbondante e lei non si sentiva per niente bene. Fu assegnata in cucina, doveva preparare la pasta coi tenerumi delle zucchine colla vecchia Piddra, che andò sul retro per farsi dare un po’ di pomodoro da spellare, lei non doveva toccarlo,come pur la pianta del basilico. 

Quando la vecchia ebbe portato tutto e Ciccina lo fece soffriggere per unirla poi coi pampini verdi con aglio e basilico,tritati in un odoroso pesto. Andarono nella dispensa e la vecchia prese dalla maiddra lo spaghetto, lo fece a pezzi poi lo mise dentro una tovaglia robusta e lo strinse e lo pestò ben bene con le mani aperte fino a farlo diventare minuto minuto.  Ciccina frisse le melenzane che la vecchia aveva tagliato spolverato di sale e messe a scolare,con pomodoro sodo prepararono l’insalata, unendoci ulive nere, accia trita, aglio, origano, sale, pipi e aceto forte che pizzicò il naso, molto sensibile di Ciccina. Si infilò nel cammarino per cambiare le pezze,si lavò e si sistemò. Continuò a cucinare,ad un tratto  una fitta più forte la bloccò a mezzo di un movimento e dovette fermarsi colla paletta a mezz’aria. 

Donna Rusina la vide impallidire, le disse: ”Vai fuori tanticchia, pigghia un poco di aria”,e lei lo fece. Sedette sul sedile di pietra lì accanto. Ma una nuova caldana la contristò parecchio,allora mosse verso il retro e si fermò alle prime vasche d’acqua piovana  dietro l’angolo. Si fermò ancora stravolta e, preso un fazzoletto dalla tasca del grembiule,lo bagnò e se lo portò alla fronte e alla gola che sentiva pulsare come le tempie dolorosamente. Cercò di acquietarsi respirando a fondo e trovando un pò di sollievo,tuffò le mani nell’acqua che essendo ancora all’ombra era  fresca. 

Nel frattempo a Castrenziu si era spanata la forficia di vinnigna e andò verso le case a cercarne una buona nei vertuli posati sul tavolo esterno,dove poi avrebbero  mangiato gli uomini. Si avvicinò al tavolo e rovistando li trovò. Il trovarsi al riparo gli diede un senso di frescura, ma la sete, tenuta a bada fino ad allora,si fece sentire,e lo travolse con più forza. Sapeva che c’era acqua fresca nel pozzo ,ma doveva andare verso il retro della casa e vi si diresse.  Si trovò alla svoltata verso le vasche dell’acqua e avvicinandosi scorse Ciccina che sapendosi sola s’era tolta il fazzoletto di testa e, bagnata ancora la fronte e la gola, e le tempie pulsanti, ritrovando un po’ di quiete. S’era slacciati i bottoni della parte anteriore del vestito e si bagnava la parte alta del petto e l’appiccatura dei seni.

Lì si appuntarono gli occhi di Castrenziu, il soffice biancore,le rotondità morbide lo attirarono come un pozzo dalle profondità inaspettate, da vertigini. Cercò di distogliere lo sguardo, ma non potè. Come in sogno, fece qualche passo avanti,con movimenti da ubriaco,cercò appoggio alla prima vasca e cosi facendo fu ancora più vicino , ma riuscì solo a prendere un boccale di alluminio lì accanto e  a immergerlo, e dire: ”Haiu siti, tanta siti!” Ma lui stesso non seppe mai a quale tipo di sete stesse riferendosi. Incautamente dopo aver bevuto rialzò gli occhi, ma non sazio d’acqua e di quella vista, la guardò, rimase folgorato con uno strizzone alla mente al cuore e a qualcos’altro di cui poi si vergognò, ma in quel momento non ebbe modo di rifletterci, perché Ciccina alzò lo sguardo timidamente, lo vide fermo dietro la vasca, col bicchiere appoggiato all’orlo della vasca, stretto con forza tra le mani. 

Gli occhi di lei che avevano il colore delle foglie in autunno che mescolavano i colori cangianti di natura e l’oro, gli fece pensare alle creature libere del cielo dagli occhi forti, selvaggi, gli si bloccò il respiro gli si seccò la gola e non riuscì ad articolare verbo alcuno. Stette un attimo senza parola,lui che era noto per la parlata fluida ,libera senza  interruzioni. Rimasero cosi l’uno perso negli occhi dell’altro ai due lati della vasca. 

Castrenziu si senti prisu, come un prigioniero catturato da legami più forti del ferro e non fiatò neppure, non riuscì neanche a torcere  gli occhi per non guardarla. Sapeva con una remota parte del cervello che avrebbe dovuto farlo,staccarsi, dire qualche parola,o andar via comunque. Potè realizzare solo che era impotente a farlo, né desiderava farlo in  alcun modo,era catturato,stregato,affatturato,come dicevano le vecchie donne nei cunti degli antichi.

Lui affatato era,come se si trovasse davanti ad un attruvatura. Un pensiero gli passò per la mente:”E’ chista la mia rocca d’Anteddra: attruvai la me’ furtuna, la me’ ricchizza. Sunnu st’occhi,chi saranno li me stiddri pi la vita”. E una scossa lo attraversò tutto dalla cima dei capelli che gli si rizzarono, sui peli delle braccia sul corpo tutto dolorosamente,scese sulla parte bassa,sugli innominabili che si contrassero ancora più dolorosamente, in contrasto il cuore prese a battere velocemente,mentre la sua mente realizzava quel che ancora gli sembrava di non potere capire, contenere dentro sé: ”E’ Iddra, chiddra di ogni notti,chiddra chi lu me cori, la me vita tutta aspittavanu. E’ iddra” La tripistiata vicinu lu strammò, lu sdrivigghiò:c’era gente ddra’. 

Allora si staccò dalla vasca ,con raccapriccio si accorse di non potersi allontanare. Le condizioni là in basso temeva fossero troppo visibili a chiunque l’avesse guardato. Si avvicinò di nuovo alla vasca e sogguardare ancora. Era lei, era Ciccina la sua donna, quella che aveva sognata,cercata da sempre,Ciccina, la nica dei Cutrò possibile ? E sì, era lei,i suoi occhi,li so bianchizzi,lu so pettu, li so occhi e li so mani. Cercò di parlarle e di chiarire a se stesso  la cosa.” Tu si Ciccina ,veru?” 

Lei dal canto suo l’aveva visto, intravisto qua e là, ne aveva ammirata l’alta forte  figura, dai movimenti sciolti, liberi, disinvolti, ne era rimasta ammirata, ora il suo sguardo forte fisso su di lei l’aveva investita, bruciata, spogliata. E nuda si era sentita sotto i suoi occhi e ancor più dolorosamente aveva sentito le fitte al ventre, mentre nuovi fiotti di sangue, venivano fuori da lei che se ne sentì trafiggere come una pugnalata di dolore. Strinse più forte le gambe, convinta di essere tanto piena di sangue da non potersi muovere.

Si scostò appena dal bordo della vasca, lanciò un disperato sguardo al basso, cosa questa che allarmò Castrenziu: ”Nun mi voli mancu vidiri”. Poi lei alzò lo sguardo più tranquilla, e lo sogguardò con un  sorriso tremulo che fece rilucere i suoi denti di granato ancora acerbo. Castrenziu impallidì.:” La mè fimmina è, sangu e latti li masciddri,peddri di luna bianca e tennira,occhi di voscu funnu e di l’oro comu lu tisoru di Anteddra,vucca di rosa sbucciata a la matina..E lì rimase ,fermo il suo volo di aceddru ‘nnamuratu.

Peppi Stranu  lu vinni a circari:”Castrè,ti pirdisti?”In cor suo egli pensò:”, Si nta, st’occhi, ma a lui rispose:”Vinni ccà pi viviri acqua, avia tanta siti!” ”E ti saziasti?, fici Peppi. “Si, dissi Castrenziu. Ma sapeva in cor suo che se nun avissi tuccatu li labbra di Ciccina, sarebbe morto di sete quanto prima. Comu campari senza la sua acqua? Mortu di siti, senza viviri? Poteva rimanere accussì? “Aiu a fari qualchi cosa,anzi qualunque cosa”.

Poi rimase impietrito!: “So patri è Cutrò, Facci di vilenu. Comu ci vaiu?” Nun era Facci di vilenu pi nenti, ossu duru, mussu strittu greviu cu tutti e cu l’universu criatu:” E puru si mi manna a lu ‘nfernu,ci irrò, l’aiu  a cunvinciri. M’avi a dari a Ciccina, nun pozzu campari senza”. A stento, comu nbriacu, variannu un pocu, camminò darrè a Peppi, rimpiangendo ogni passo che lo separava da lei.

Ciccina rimase ancora lì a guardarlo mentre dentro di lei la menti travagghiava cunfusa: ”Picchi m’aviva taliata accussi? Chi vulia?” Poi si dissi: ”Babba, chi po’ vuliri?”Poi meravigliata:”Beddru com’è, a mia voli, avirrà tanti fimmini, a mia pinsirrà?Nun ci  cridu .Eppuru.. eppuru …Mi taliava comu…Ma va,stai farsiannu cu la testa,sarà chi mi sentu stramma di stamatina, cu sti mè cosi”.  E tornò al lavoro. Perchè si avvicinava l’ora in cui l’omini avrebbero finito di travagliare nella vigna.

Li cesti intanto erano già svuotati nella vasca di lu palimentu, l’omini chiù riposati, lavatisi i pedi, cu li causi tirati ai ginocchi,si misiru dintra la vasca a pistiari,pistiari cantannu: ”Beddra mia lu  tempu vinni di pistari la racina, mentre il succo rosso scendeva dalla canneddra nella vasca che ne spumeggiava. Ciccina di la casa sintì e pinsò:”Ma iddru, c’è?”E in quell’attimo lo vide passare dalla finestra:”No,è ccà.”

Gli uomini andarono sul retro a lavarsi e si avvicinarono all’altra pinnata dov’era pronta la tavolata. Tutti si sedettero e le quadare con la pasta e pignate con altro condimento furono portate fuori. Ci fu chi volle un secondo piatto e chi rimase al primo.  Castrenziu si fermò al primo e non riusci  a prenderne che poche cucchiaiate. Cercò di prendere un  pò di pane, ma cosi facendo sfiorò una mano. Era Ciccina che andava aggiungendo altre fetta di pane nelle ceste a tavola. Castrenziu si fermò colla mano  e lei capì dal tocco che poco prima non si era sbagliata, non era fantasia quella mano rimasta levata e, nè lo sguardo di lui che la segui, ostinato:” Allora è cosi.” E rientrò.

Castrenziu restò a tavola con la vista oscurata, lu so suli si nni era iutu. “E iu chi fazzu?” pensò disperato. Peppi vicino lo sogguardò: “Chi fai, nun mangi? E poi stasira mandulino e friscaletto. Nun abballi?” Così disse l’amico. Ma la fami e la serenità se l’era portate via Ciccina. 

A sera si ritrovarono col fresco della sera sotto le stelle,la pergola di gersomino spandeva ondate di balsamo e tutti si riposarono seduti a chiacchierare. Le donne avevano finito di rassettare in cucina,quelle che avevano fatto la salsa pure e tutti i gruppi si avvicinarono dopo un breve pasto. Pitrinu Sorci e Mariuzzu Paci fecero: ”Facemu musica?” E tutti: ”Si,si “e così fu.

Le note fresche ed allegre si levarono al cielo,  tutti contenti e sollevati dalle fatiche del giorno. Maricchia disse:”Li pedi m’abballanu suli e saltò in mezzo seguita da Cursu Benittu che iniziò a volteggiarle intorno. Altri si unirono e l’allegria si comunicò a tutti.  Castrenziu rimase all’ombra. Senza lei che cosa fare di se stesso.. gli sembrava di non saperlo più. Rimase con il cuore pesante e la mente ingombra di pensieri:se,come, perché, Poi lei si fece sulla porta e si avvicinò al gruppo che guardava i ballerini.. Castrenziu la sentì, senza girarsi, si avvicinò, le si mise accanto tra il timoroso e il disperato, le disse:”Vuoi ballare?” E lei:”Si”, tutto si risolse pianamente, anche se, pensò lei, avrebbe avuto qualche rimprovero dalle anziane. Una nella sua condizione femminile non doveva avvicinarsi troppo e in quel modo  ad un uomo. Il ballo continuò e ad ogni giravolta un’onda di vesti e di gambe, lo investì, riempiendolo di gioia,un suo allontanarsi nelle piroette  sgomentandolo. Poi  finita la musica il ritorno posto delle donne, seduta verso casa. 

Lei sedette e le altre.:”E chi ? Novità? Parla, parla!” E lei: ”Quali novità?” “Castenziu  ti dissi nenti?”  “Ma, no, vero è, nenti mi disse”. Disse Ritanna: ”Mi pare che di dire nenti e di fare tanto.. Nun ti leva l’occhi di ncoddru”. ”A mia?, fece Ciccina.” Si”,dissi Ritanna. Lo cercarono e lo videro gli occhi fissi su di lei come Ritanna pensava e infatti:”Cosa è la cosa!”  ,disse.Pensaci!” Quella notte, nella stanzina colla vecchia Piddra, faticò a chiudere gli occhi, con quel rovello.

Altro da fare ebbe Castrenziu con gli uomini che lo sfottevano bonariamente.”Allura cosi novi?E chi ,ti piaci la picciotta?”E lui a schermirsi:”Chi dici ,chi vuoi?”E Peppi:”Allura ,è Ciccina?Dillu!” “E anchi si fussi?”  “E anchi si fussi ti l’ai a vidiri cu Facci di vilenu. Pensaci.” E mai parole furono più vere.  Quella notte ben poco dormì e quel poco fu un combattere con un becco cornuto che a forza di cornate lo cacciava fuori da un ovile e lui svegliatosi di colpo, se le sentiva sulla fronte, infatti aveva la fronte dolente,aveva sbattuto nell’agitarsi del sonno contro la parete verso cui si era girato. Spuntò l’arbiceddra e si diresse alla vasca:”Chissà che non ci sia davvero” .

Ma le donne erano ancora in casa e lui pensò che fare. Decise di parlari a Facci di vilenu,si. era l’unica cosa da fari.   Lavorò con furia. Manco a farlo apposta  a ora di pigghiari l’agghia, capitò Facci di vilenu. Peppi lo guardò di sottecchi come a dire: ”Chi fai?” E Castenziu :”Ci vaiu a parlari”. Aspettò che si allontanasse dagli altri e lo seguì. Vicino al gelso rosso lo chiamò:”Un momento, Ci devo parlari.”E l’altro:” Di chi?” “Io ci aiu a diri…” “Chi cosa?” .”Iu vulissi la manu di Ciccina.” “Ciccina? Nun è di maritari!” “Comu? Picchi?” “Iu tri figghi fimmini aiu. Ciccina è la sicunna Ai aspittari!” “Ma la granni mancu zita è!” “E allura, aspetti!”. ”Ma iu mi vogghiu maritari. Pozzu fallu, aiu beni e proprietà!” Lu sacciu, ma nun è ura.”

Castenziu si fici pacinziusu a forza, e dissi:”Va beni, ma ci pozzu parlari, diriccillu?” E pi fari chi si nun è ura?Aspetta, ti dissi e chissu ti l’ai a fari bastari.”Castrenziu ancora:”Ci vogghiu parlari.”Ci si misiru tutti angili e santi di lu celu, picchi mai nuddru avia dittu a un patri chi dicia no autri cosi e poi a unu comu Facci di vilenu. Puru chiddru dissi:”E,sia,dumani assira,a la me casa.” 

Si separarono, Castrenziu incredulo se gioire o no e il vecchio tutto soddisfatto: aveva già sistimato due figlie; per la prima era gia’ appattato con Lisciannaru Li Calzi. Castrenziu però pinsò:”Aiu a vidiri a Ciccina.”Con quel pensiero continuo, lavorò male ,di contra genio e si tagliò malamente la mano. Ritornò alle case, perché così non poteva lavorare. Trovò la vecchia Piddra, che lo sogguardò poi disse:”Trasi, e comandò a Ciccina di prendere acqua bollente dalla quadara, di metterne un pò a freddare nella vasca e lei cosi fece, poi lavò il taglio. Da una scatolina che mandò a prendere con Ciccina,tolse i dischetti diafani delle giunture delle canne e ve li pose sopra:Poi andò a prendere una pezza pulita.

Castrenziu, solo con Ciccina seguì il suo desiderio e  le disse: ”Parlavi con tuo patri.” “Picchi?” fece lei. “Ti vogghiu maritari!” “Ah,si?”  “E tu lu voi?” “Si, disse Ciccina, si.” Castrenziu disse:”To’ patri mi dissi chi s’avi aspittari, prima c’è to soru la granni.”E lei pronta:”C’e cosa ntall’ariu,lu sintivi.” Castrenziu più sereno:”Allura si movinu li cosi! Curaggiu. chi va beni.”

Cosi si dissero,e gli prese la mano, stringendogliela. Castrenziu, preso da lei non avverti alcun male e , tornata la vecchia, si staccarono. Piddra fini la fasciatura e lui uscì. Castrenziu rifletteva su quanto gli sarebbe toccato aspettare, ma dovendo Lisciannaru partiri per soldato, i vecchi genitori di lui, che era figlio unico, vollero il sagnaliamento  e a breve il matrimonio per avere la nuora in casa. “Ziti e maritati presto”,  dissero i vecchi Li Calzi .E così fecero anche se ad alcuni la cosa sembrò sconsiderata, ma non a Castrenziu, che ebbe così il permesso di frequentare la casa. Passarono due anni e poi iniziarono i preparativi del matrimonio.

Si ringrazia Gaspare Bonfiglio per la segnalazione del racconto.

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