Cyber truppe e fake news: quando la verità è a rischio.

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Il termine inglese “fake news” - tradotto in italiano “notizie false” - indica fatti descritti attraverso informazioni inventate, ingannevoli o distorte, resi pubblici con il deliberato intento di disinformare o veicolare il lettore verso propri tornaconti.

L’esito di questa logica della disinformazione è che, anziché avere un sano confronto con altri fonti d’informazione e sostenere un dialogo costruttivo, si rischia di diventare involontari attori nel diffondere opinioni faziose e infondate. Le “fake news” moderne, spesso generati in paesi stranieri, possono essere considerate il risultato di un lavoro di ingegneria comunicativa e sociale nuovo rispetto al passato.

Esse, costruite con finalità specifiche, non solo manipolano la percezione della realtà del soggetto ma sono anche in grado di influenzarlo fino a convincerlo a condividerle in maniera spontanea e partecipata: si sa che le “fake news” toccherebbero l’emotività, le idee confuse e la rabbia montante del popolo anonimo che vive sulla rete persuadendolo che quella notizia non è in conflitto con la propria visione del mondo.

Queste notizie false, considerate da molti verosimili, sono predisposte in modo da catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando facili e immediate emozioni da suscitare ansia, disprezzo rabbia e frustrazioni.

La disinformazione appare più efficace quando ha al suo interno un evento reale o verosimile collegato ad un malessere socialmente percepito. L’elemento che caratterizza queste false notizie è la capacità di impattare sui soggetti e sui gruppi sociali con una velocità mai visti prima d’ora. Le “fake news” sono anche il prodotto di un contesto culturale che ha reso i social il luogo in cui sfogare, senza alcuna regola, l’odio e le proprie emozioni negative.

Secondo quando scrive Giuseppe Riva, professore di psicologia della comunicazione all’università cattolica di Milano, le “fake news” sarebbero una nuova forma di guerra non convenzionale, generata all’interno degli sforzi compiuti dalla Russia per recuperare la propria autorevolezza nel mondo influenzando, attraverso la disinformazione, le azioni e le scelte altrui.

Un esempio di quanto sostenuto dal professore di Milano si potrebbe ricavare da quanto si sa circa il pensiero diffuso nella comunità americana secondo la quale essa non avrebbe mai votato Trump per i suoi comportamenti libertini.

Poi, è stata creata un “fake news” in cui si affermava che Hillary Clinton partecipava a messe nere e fatto in modo che le “cyber truppe”, ossia coloro i quali ad arte hanno commentato per primi sui social la notizia, esprimessero forte disapprovazione.

Al termine di  questo processo sarebbero stati i membri della stessa comunità a supportare e diffondere la “verità” della “fake news” spingendo, pare inconsapevolmente, al risultato che noi tutti conosciamo.

Oggi, sappiamo che sono 3 miliardi gli utenti social nel mondo - in Italia sono 34 milioni - e un utente controlla in media il suo smartphone 150 volte al giorno. Considerato che i social media sarebbero stati costruiti per approfittare della vulnerabilità della psicologia umana con un meccanismo che crea dipendenza, basta che un nostro contatto Facebook metta “mi piace” su una “fake news” pubblicata da chicchessia e questa appare tra le nostre notizie pronta per essere riprodotta.

Ora, ognuno di noi può immaginare la velocità di diffusione di queste false notizie. Se continuasse cosi, ci si dovrebbe chiedere se il potere della verità come strumento per risolvere i problemi della società potrebbe essere significativamente ridotto.

Sostenendo la tesi che l’analisi delle “fake news” non sia ancora uno studio privilegiato degli scienziati della rete, finalizzato alla ricerca scientifica e all’individuazione di rimedi al fenomeno, si potrebbe attestare che la maggiore prevenzione contro l’argomento trattato sia la capacità di affermare il nostro spirito critico retto dalla libera circolazione delle idee.

Tuttavia, parrebbe urgente un intervento a tre livelli: il primo, istituzionale che punisca i creatori di “fake news”; il secondo, della rete che attraverso figure dedicate aiuti i gestori dei social media e gli utenti a riconoscerle.

L’ultimo, riservato all’utente che potrebbe ridurre la propria dipendenza dai social, dedicare più interesse a quanto scorge sulla rete analizzando le fonti e la sequenza di caratteri che identificano l’indirizzo di una risorsa Internet e, infine, inseguire un equo livello di formazione che permetta di conoscere meglio la rete e soprattutto gli indicatori delle “fake news”.

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