Il libro “Caramelle carruba" in finale al Premio Internazionale di Letteratura "Città di Como". Intervista all'autore Vito Falco

Immagine articolo: Il libro “Caramelle carruba“ in finale al  Premio Internazionale di Letteratura “Città di Como“. Intervista all'autore Vito Falco

Il prossimo 20 ottobre sarà finalista al prestigioso Premio Internazionale di Letteratura "Città di Como" con il suo libro che ricorda il terribile terremoto del 1968 nel Belìce. Parliamo di Vito Falco che noi della Redazione abbiamo intervistato.

- Vito Falco, parlaci di te.

«Sono nato a Castelvetrano cinquantasette anni fa ma la mia infanzia l’ho vissuta a Poggioreale fino al giorno del terremoto, poi fino alla fine del liceo a Castelvetrano, ora vivo a Menfi e lavoro a Palermo, dove insegno scienza degli alimenti in un istituto alberghiero.»

- Di che cosa parla questo romanzo finalista nella sezione narrativa inedita?

«Il protagonista, Francesco, è un uomo  dopo molti anni di galera per una rapina finita male, deve scontare ancora due anni di sorveglianza. Il suo progetto è quello di lasciare per sempre la Sicilia e l’Italia per tentare di rifarsi una vita.  A Francesco è rimasto vicino solo un anziano parente, Salvatore, che vive a Poggioreale.

Francesco incontra, o meglio dire si scontra, con trentenne, ex campionessa di tiro con l’arco, che ha un lavoro precario ed è delusa della sua vita mediocre. Lo scontro iniziale tra i due diventa prima amicizia e poi qualcosa di più. Francesco non ha ancora chiuso tutti i conti con il suo passato che ritorna in modo drammatico.»

-Qual è il titolo e dove è ambientato?

«Il titolo è “Caramelle carruba” ed è ambientato a Selinunte e come ho accennato a Poggioreale. La parte ambientata a Poggioreale racconta vicende che vanno dagli anni immediatamente precedenti il terremoto del ‘68, a quelli della vita in baracca fino ai giorni nostri.»

-Quanto è cambiato Poggioreale e che ricordo hai del terremoto?

«Ricordo molto bene il giorno del terremoto, avevo sei anni. Ricordo le scosse e la notte passata fuori di casa. Ricordo il viaggio del giorno dopo, la fuga con la Seicento azzurra di mio padre verso Caltanissetta dove avevamo dei parenti. Ritornammo alla fine di settembre e venimmo a vivere a Castelvetrano. Con la mia famiglia tornavamo a Poggioreale, dove era sorta la baraccopoli,  per le vacanze estive e per quelle di natale, giusto per provare anche noi, a seconda la stagione, il freddo intenso o il caldo opprimente delle baracche.

Degli anni precedenti il terremoto ricordo i giochi nelle strade del vecchio centro, la piazza piena di gente la domenica e per le altre feste, le serate davanti al forno di casa quando nelle settimane che anticipavano il Natale si preparavano i biscotti con la “lustrata” e le stanze si riempivano di profumi magici per noi bambini. La vita nelle strade di Poggioreale era a misura di bambino, eravamo sempre per strada a giocare.

Del periodo delle baracche ricordo da un lato i disagi in quelle “case” di compensato, lamiera ed eternit, l’acqua che mancava spesso d’estate, ma ricordo anche un certo benessere economico, la ricostruzione aveva portato lavoro e il tenore di vita dei poggiorealesi si era alzato un po’ . In quelle estati, passate lì da ragazzo, andavamo spesso dalle baracche a giocare nelle strade del vecchio centro. Fino agli inizi degli anni ottanta il paese non era distrutto come si vede ora e molti avevano mantenuto un legame con la propria casa. Noi ci andavamo spesso, alla nostra casa, come a tante altre, il terremoto non aveva fatto grossi danni. Lì ci tenevamo le giare con l’olio e la botte col vino, e a volte nelle giornate d’agosto, quando nelle baracche il caldo era insopportabile, si andava a dormire, nel pomeriggio  nelle stanze fresche, dai muri spessi, della casa abbandonata.

La distruzione del paese, quella che si vede oggi, cominciò a metà degli ottanta quando fu imposto il divieto di entrare nel paese. Poggioreale nuova lo vedo come un grande malato, la cui inarrestabile emorragia di gente, non lascia molte speranze per il futuro, anche se da un po’ sento che alcuni, da Palermo in prevalenza, comprano con pochi spiccioli le case vuote, e le usano come seconde case. Rimangono comunque le brutte scelte architettoniche e progettuali del paese nuovo che niente hanno a che vedere con la storia, la cultura e l’umanità dei suoi abitanti. Alcune di queste riflessioni si ritrovano nel romanzo attraverso le parole del vecchio Salvatore.»

- In questo concorso di Como sei in finale, ma tu hai già avuto esperienze simili. Ci accenni qualcosa?

«Proprio un mese fa  ho vinto la XXI edizione del premio letterario Alessio di Giovanni con una poesia in siciliano, e l’anno scorso, nello stesso concorso, ero arrivato terzo nella sezione racconti brevi. Il premio più importante rimane però il premio letterario “Parole nel vento” della provincia di Catanzaro nel 2014,, allora con il mio romanzo d’esordio “Intervalli di terza maggiore” , ambientato a Menfi, a Castelvetrano e a Palermo, vinsi il primo premio e la pubblicazione del romanzo con una eccellete casa editrice nazionale: Rubbettino. Intervalli di terza maggiore ha avuto a Castiglione di Sicilia nell’agosto scorso, la menzione d’onore nel premio letterario “Cento Sicilie cento scrittori”.  

A Como sarà difficile ripetere il successo di Catanzaro, ma già essere stato invitato  a partecipare alla cerimonia finale del prossimo 20 ottobre, significa che comunque un riconoscimento ci sarà. Quello che mi piace rilevare del concorso di Catanzaro e di questo di Como è l’alta qualità delle giurie. A Catanzaro c’erano Antonio D’Orrico e Arnaldo Colasanti due tra i maggiori critici italiani. A Como ci sono Dacia Maraini, Andrea Vitali, il critico Armando Massarenti, Edoardo Boncinelli, per citare i primi che mi vengono in mente. Che queste grandi personalità abbiamo apprezzato quello che ho scritto m’inorgoglisce parecchio.»

- Quanto tempo impieghi per completare la scrittura di un romanzo.

Per Intervalli di terza maggiore ho impiegato sette anni, per Caramelle carruba tre e mezzo. Mi piace fare diverse revisione, e ogni volta tendo a togliere qualcosa. Caramella carruba alla prima stesura aveva 280 pagine, attualmente poco più di 200. Per me scrivere  è soprattutto un piacere, è bello inventare e immaginare mondi, personaggi, farli muovere, parlare dare loro un anima , sentimenti, anche dolori. Provo una grande sensazione di benessere quando scrivo e mi piace utilizzare un linguaggio molto semplice, secco, immediato, per questo  preferisco definirmi semplicemente un narratore piuttosto che uno scrittore.»

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