C'era una volta "lu picciottu adduvatu". Quando il ragazzo-garzone veniva "affittato"

Immagine articolo: C'era una volta “lu picciottu adduvatu“. Quando il ragazzo-garzone veniva “affittato“

Una delle caratteristiche della famiglia contadina degli anni ’50 era la numerosa prole: tutta quella che mandava Dio. Allora tutti i lavori dei campi erano eseguiti a forza di braccia; una famiglia senza figli non poteva portare avanti i lavori necessari. C’erano famiglie anche con 15 figli.

Evidentemente occorreva molta fatica e molti sacrifici per farli crescere, ma una volta adulti potevano aiutare il padre a prendere a gabella o a metateria una estensione grande di terreno e, sempre con l’aiuto di Dio potere accumulare un gruzzoletto e acquistare anche un fazzoletto di terra. Questo era il sogno di ogni contadino nullatenente di allora.  Purtroppo in questi lunghi anni necessari per far crescere la prole la fame poteva vincere il coraggio e mandare in fumo tutti i sogni. Disperati, non sapendo come far cessare il pianto per la fame dei propri figli, a volte decidevano di “adduvari” (dare in affitto) uno o più figli, anche senza ricavarne un utile, purché i “padroni” fornissero al ragazzo almeno mangiare e dormire o per come si diceva allora: “manciari a la scarsa e vestiri a la nura”. 

Così il ragazzo lasciava la famiglia per andare a vivere nei lontani feudi per essere utilizzato nei lavori campestri o nella pastorizia. Generalmente si adattava a questa sua nuova esistenza e non ritornava più in famiglia, anche perché questa non sarebbe stata nelle condizioni di mantenerlo.  Il vocabolo siciliano “adduvatu” deriva dal francese allouer (affittare).         

Con il decreto del 12 marzo del 1882  venivano abolite le maestranze; fino a quella data esse potevano assumere alle loro dipendenze un ragazzo, con contratto regolarmente stipulato con i propri genitori, valido per un certo numero di anni. Tramite questo contratto il genitore consegnava il ragazzo al maestro per insegnargli il mestiere e mantenerlo; in cambio il ragazzo-garzone doveva una cieca obbedienza al padrone e servirlo sia nella bottega che nella vita privata.  Durante questo periodo il maestro poteva picchiarlo con la verga per correggerlo: “sub virga correctionis suae”. In pratica il ragazzo veniva ceduto legalmente come schiavo, ma tutto dipendeva dall’indole del ragazzo e dalla generosità del padrone, che lo poteva trattare anche come un figlio. Questo contratto continuava ad aver valore anche dopo la morte del padrone; infatti, il successore con l’eredità riceveva anche i diritti su tutti i dipendenti.    Questo stato di cose, malgrado i divieti da parte della legge è continuato fino agli anni ’50 del 1900 nella pastorizia. Si diceva, infatti che il ragazzo era “adduvatu” (dato in affitto).

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