“Avi lu carvuni vagnatu”. Ecco come nasce l'antico detto ancora oggi sempre attuale

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Nelle nostre cucine, prima dell’avvento del gas, si cucinava a legna nel “ cufularu” o “fucularu” o a carbone nella “furnacella”. I due elementi potevano essere incorporati nella stessa “gghiuttena” in muratura, dove il focolaio era chiamato “cucina a vapuri”, un sistema più moderno per quei tempi, perché permetteva di utilizzare al meglio il calore della legna bruciata. Il carbone necessario per cucinare con la “furnacella” era prodotta dal “carvunaru”.

Carbonaio era impropriamente chiamato anche colui che vendeva carbone all’ingrosso o di casa in casa “abbanniannu” per strada. Intanto, volendo dare una visione più completa sul carbone: dobbiamo distinguere il carbone naturale fossile usato nelle officine per la lavorazione del ferro o per le caldaie industriali (vedi locomotive a vapore), dal carbone artificiale prodotto dalla legna.   A sua volta i carboni naturali estratti dalle miniere si classificano a seconda della percentuale di carbonio contenuto,  quindi dalla resa in  calore che producono; essi sono: Antracite litantrace, lignite e torba. L’Italia, con un sottosuolo relativamente giovane, nei suoi giacimenti si trova soltanto la lignite e la torba, che contengono poche calorie.  Addirittura la torba si usa in agricoltura, per rendere più soffice un terreno argilloso o per acidificare un terreno alcalino.  Per quanto riguarda il carbone artificiale che è l’oggetto della nostra ricerca, è molto interessante conoscere il processo di carbonizzazione della legna. In natura la legna bruciata produce calore e cenere; ma se vogliamo ottenere il carbone  dovremmo ridurre a 0 la presenza di ossigeno; in questo modo la legna non brucia, ma il calore fa evaporare tutti i composti volatili e lascia il carbone di legna. Intanto bisogna preparare la carbonaia  con la stessa legna da trasformare, ben sistemata a forma di collinetta “la catasta”, quindi con carta e foglie secche si da fuoco dalla parte bassa, finché il legno incomincia a bruciare .  A questo punto si copre la “catasta” con terra, facendo attenzione a lasciare alcune “prese d’aria” che faranno passare solo pochissimo ossigeno. Se si lasciano troppe prese d’aria i legni bruciano e si riducono in cenere, viceversa si rischia  “soffocare” la brace e fermare il processo. A seconda della quantità di legna da trasformare, la combustione, sempre controllata, può durare anche 6 giorni. 

La produzione del carbone vegetale è stata un’attività economica importante per parecchie realtà locali d'Italia nei secoli passati e fino agli anni '50 e '60 del secolo scorso. In famiglia il carbone si otteneva facendo spegnere la brace ottenuta della legna bruciata nel forno o nel focolaio in recipienti pieni d’acqua e quindi fatta asciugare, scegliendo i pezzi più grossi, mentre quelli più piccoli, la carbonella, si utilizzava nello “scrafamanu” (scaldamano o scaldino) o nel braciere.  Il carbone, come tantissimi prodotti, una volta si vendeva di casa in casa. Ricordo quando il carbonaio, vestito tutto di nero, passava con il suo carico sul carretto e “abbanniava” la sua mercanzia. Siccome il prodotto si vendeva a peso, capitava che un commerciante poco onesto, bagnasse abbondantemente  il carbone per farlo pesare molto di più.

  In questo caso, anche se era un ladro incallito, nel trattare con il cliente, non si sentiva con la coscienza tranquilla e si comportava in maniera anomala, sempre con la paura di essere scoperto. Questo suo comportamento ha dato luogo alla frase popolare “aviri lu carvuni vagnatu”, che, in senso figurato si può usare in casi simili, quando una persona ha un senso di colpa e si comporta come il carbonaio colpevole.    Una volta il popolo analfabeta, che parlava solo in lingua siciliana, conosceva pochi vocaboli e difficilmente era capace di affrontare un lungo discorso, per cui usava moltissimi proverbi e frasi idiomatiche preconfezionate, spesso in rima baciata e quindi facilmente memorizzabili.  Questo linguaggio, con l’uso abbondante della mimica, si è formato attraverso i secoli per permettere di poter parlare con i popoli colonizzatori con lingua diversa. Così bastava imparare  pochi vocaboli dal nuovo colonizzatore per impostare un lungo discorso, in maniera accorciata.

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