La testa della vipera in Sicilia tra credenze popolari e malocchio. Storia di una "cura" ancora attuale

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Il popolo guarda i serpenti con ribrezzo e paura e li considera l'incarnazione del Demonio, a causa di alcune specie velenose, come la vipera. Su questi animali sono sorte leggende che, tramandate oralmente da padre in figlio, hanno ingigantito il loro maleficio.  

Anche l’iconografia cristiana è ricchissima in questo senso; basti pensare alla Madonna che schiaccia il capo del serpente sotto il suo piede o al biblico serpente tentatore del Paradiso Terrestre che procurò il Peccato Originale di Adamo ed Eva. Anche le streghe usavano i serpenti per preparare le loro pozioni magiche e malefiche. Di contro, dalla cultura greca risale il “capuceo di Mercurio”, l’immagine del bastone alato con due serpenti attorcigliati ad un’asta, che oggi conferiamo alla farmacia, mentre in alcune popolazioni della terra, come nel Sud America ed in Oriente i serpenti sono considerati delle divinità. 

Il mistero del suo letargo invernale e, soprattutto la muta della pelle, rappresentano il perenne ciclo della natura, il sonno cui segue il risveglio, la vita che si trasforma in morte, la trasmigrazione dell’anima da un corpo che cessa di vivere ad un altro, la morte spirituale e la sua rinascita. Per questo motivo nel serpente è riconosciuto il potere della guarigione da ogni malattia spirituale e fisica. Il suo veleno, infatti, anticamente era unito a particolari erbe medicinali e usato, in piccolissime dosi sapientemente preparate, per curare certe malattie.   Secondo le vecchie credenze popolari, tutti i mali erano causati dal malocchio; per capire l'esito della malattia o del maleficio, si osservavano le reazioni dei gechi e di altri rettili, sottoposti anche a torture. 

La testa di vipera essiccata e portata in tasca era un toccasana per prevenire malattie causate dal malocchio. Si credeva pure che i serpenti avessero la proprietà di “liari” ( legare) le persone facendole restare immobili.  Quando ero bambino i contadini mi hanno insegnato che per fermare un serpente, che viene con l'intenzione di mordere, basta dire: “lu monacu, la monaca”; quando, invece, due serpenti sono avvinghiati per fare l’amore, questo antidoto è controproducente perché si scagliano contro le persone.  Per ucciderli, invece, non c'è di meglio che colpirli con la punta di una canna. Secondo la credenza, la canna contiene una sostanza velenosa per i serpenti. Nei tempi passati era diffusa la credenza che le lucertole con due code portassero fortuna. Tale proprietà si ricollegava probabilmente al fatto che il dio delle ricchezze Pluto fosse raffigurato con due code.   Presso i popoli orientali c'è una tradizione religiosa, (la metempsicosi), secondo la quale l'anima dei defunti si reincarna negli animali, piante o cose. Una simile tradizione popolare esisteva anche da noi, forse portata da qualche popolo che nel lontano passato ci ha colonizzato, ma la trasmigrazione dell'anima avveniva soltanto sugli animali selvatici e specialmente verso i serpenti.   Malgrado quest’ultima superstizione, i serpenti vengono tutt’ora regolarmente uccisi dai contadini, che, onde evitare che l'anima del defunto incorporata nell'animale, si offendesse e reagisse con vendette, gli uccisori, mentre colpivano l’animale si premunivano col dire ripetutamente: 

- “T'ammazzu p'armalu, t'ammazzu p'armalu”, oppure: “t'ammazzu pi visina, t'ammazzu pi visina” (ti ammazzo per animale o per serpente) -  fino a quando l'animale moriva.  I serpenti più conosciuti in Sicilia sono: il Saettone Occhirossi (Elaphe lineata), il Cervone(Elaphe Quatuorlineata), il Biacco nero (Hierophis Viridiflavus), il Colubro leopardino (Zamenis Situla), la velenosa Vipera Aspis (Hugyi Schinz), che si riconosce facilmente per le sue dimensioni ridotte, la testa a triangolo e l’occhio verticale.  Ma il nostro più grosso, robusto e lungo serpente è il Colubro di Esculapio (Elaphe Longissima), Rettili minori sono il Ramarro, il Geco, il Gongilo. C’è anche “lu scursuni”, un serpente completamente nero, lucido, molto comune nelle nostre campagne o periferie, meno temuto poiché il morso non è velenoso.  A me interessa parlare delle specie più caratteristiche dal punto di vista delle tradizioni popolari. 

 Il RAMARRO è la più grossa lucertola italiana (può raggiungere i 40 cm, coda compresa), dalla splendida colorazione tipica dei maschi: dorso verde brillante, ventre giallo, gola azzurra. La femmina è di un verde leggermente più smorto, con due o quattro striature chiare bordate da macchioline nere, e non possiede la macchia azzurra sulla gola.  Per questa sua bellissima colorazione i latini la chiamavano “lucertola verde”, mentre in Sicilia il nome popolare è “Silistruni”, da “silestru”, il colore del solfato di rame in pietra, usato dai nostri nonni in agricoltura come anticrittogamico. Benché prevalentemente insettivoro, come tutte le lucertole, il Ramarro può nutrirsi anche di uova e nidiacei di piccoli uccelli, che riesce a predare grazie alla grande agilità con cui si arrampica sui rami degli arbusti e degli alberi più bassi.

Questo animale quando si trova davanti ad un uomo, invece di fuggire si ferma e lo guarda in maniera fissa. Per questo motivo i contadini lo chiamano “guardalomini” (guarda gli uomini). Si asserisce che ha la capacità di avventarsi, in difesa dell’uomo, contro gli altri rettili nocivi, come la vipera, costringendoli a fuggire.   

 Il GONGILO è un piccolo sauro appartenente alla famiglia degli Scincidi.  Solitamente non supera i 20 cm.di lunghezza. Ha una testa piccola, il corpo cilindrico, le zampe molto piccole che  usa poco, tuttavia è molto agile e di solito si muove serpeggiando. Il colore della pelle è azzurro argentato, di un colore simile alle sardine; per questo motivo nella nostra zona di Castelvetrano il nome, in termine dialettale  è “sardazza”. E’ chiamato anche “pisci lavuraturi”, forse perché scava buchi nel terreno per nascondersi; infatti, nel sottosuolo si muove con l’agilità di una talpa. E’un animale inoffensivo e utile per l’uomo perché si nutre di vari insetti, delle loro larve, di lombrichi, ragni, scorpioni, ed anche di piccole lucertole; della sua dieta fanno parte anche alcuni frutti e vegetali. E’ un animale in via d’estinzione protetto dalla Convenzione di Berna, per cui è vietato ucciderlo o anche catturarlo per tenerlo in cattività. 

Altri nomi dialettali con cui è chiamato in Sicilia sono “tiraciatu o tiru, cicigghiuni”. 

 I GECHI. Si tratta di piccoli rettili insettivori notturni del genere "Tarentola mauritanica" della  famiglia dei Geconidi; di colore grigio o bruno; erano considerati la personificazione vivente degli spiriti caserecci, pertanto erano trattati bene, perché proteggevano contro i geni del male. Così, quando un geco entrava in casa, non era mandato via, anzi la sua scomparsa o la morte accidentale poteva apportare malattie lunghe e penose; di contro, in alcune zone come in Sardegna, questi animali erano considerati immondi, pericolosi e maledetti a si dovevano eliminare per ottenere in cambio la liberazione di sette peccati.  Vivono negli ambienti caldi di tutto il mondo e sono imparentati con le lucertole Numerosi scienziati hanno studiato la fisica correlata all'incredibile capacità di questi animali di fare presa con le zampette ad ogni tipo di superficie.

Chiamati nella nostra zona “Scrippiuna”, in altri comuni vengono denominati “tignùsi, tignuséddi, tignusiéddi e anche schirpiùni tignùsu e serpa tignosa”.  La denominazione “tignusu”, che in siciliano significa calvo, deriva dalla testa del geco che è liscia rispetto al resto del corpo che è rugoso. Nella provincia di Ragusa viene chiamato “passiaturi”, mentre in altri comuni “zzazzamita”.  Il COLUBRO di Esculapio (Elaphe Longissima), della famiglia delle bisce; è il serpente più lungo fra quelli che vivono in Sicilia, ha muso rosso ed i disegni sul corpo uguale alle altre bisce e misura fino a un metro e ottanta di lunghezza; si nutre di pesci, rane, rospi e da adulto anche di conigli piccoli, volpi ed altri animali che vanno a bere nelle zone paludose ove essa vive. D’inverno va in letargo sulle fessure dei muri. 

Non è pericoloso perché non è velenoso e non attacca l’uomo, tranne che per difendersi. Vive nelle zone umide all’interno della Sicilia. E’ molto difficile poterlo osservare, anche perché passa la maggior parte del suo tempo nelle acque oppure in mezzo alle canne palustri. Nel nostro territorio viene chiamato “culorvia”, mentre in altre zone: “culovra o culovia” o “biddina (dall’arabo: grosso serpente d’acqua )”. E’ detto anche ”mpasturavacchi” essendo questo serpente, come la maggioranza di tutte le altre specie, ghiotte di latte. Da quello che si dice, questo animale è capace di attorcigliarsi alle gambe delle vacche per non farle muovere e, contemporaneamente succhiare il latte dalle mammelle.  Per questa loro attrazione per il latte, quando ero ragazzo sentii raccontare tante storielle secondo le quali questi rettili avrebbero ucciso dei bambini lattanti, introducendosi nella loro gola senza riuscire più a tirarsi indietro.

Penso che si tratti di notizie tratte dalle credenze popolari che non hanno fondamenta; poiché, non essendo mammiferi, l’apparato digestivo dei serpenti non contiene enzimi per digerire il latte.  Le credenze popolari rappresentano questo animale come un mostro terribile con bocca e occhi rossi, un piccolo drago lungo dai tre a sei metri di lunghezza, con una mole tale da poter inghiottire in un solo boccone un agnello o addirittura un piccolo uomo. Le persone anziane, in mancanza della televisione, non mancavano di raccontare ai loro nipoti, che ascoltavano con attenzione, tante leggende legate a questi animali.   

DONNA DI LOCU. Si tratta di un serpente nato e vissuto nel mondo irreale della fantasia popolare dei tempi passati. Un animale che, pur non essendo velenoso, era molto temuto, perché gli erano attribuite delle facoltà soprannaturali, con possibilità di potere ricambiare il male ricevuto dall'uomo, con uguale intensità, provocandone perfino la morte.   I contadini e i pastori della vecchia civiltà contadina giuravano sull’esistenza di figure evanescenti di  serpenti, più grande degli altri, con in fronte delle strisce più chiare rassomiglianti ad una stella o ad una croce, dalle facoltà sopranaturali che chiamavano “Donna di locu”. Di queste figure astratte, definite anche “Donni di notti, Patruni di casa”, erano piene le vecchie case e convivevano con i loro abitanti e racchiudevano in sé caratteristiche che appartengono sia alle fate che alle streghe, assumendo a seconda delle situazioni sembianze di serpenti o presenze invisibili ma percepibili come il vento.

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