“Passa l’acqua nova, ch’un avi sordi ci metti l’ova”. Storia di un detto mai dimenticato

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Ad iniziare dal martedì dopo Pasqua, ogni parroco si girava le abitazioni della sua parrocchia per la benedizione di tutte le case, compresi i magazzini, le stalle e gli animali. La funzione si svolgeva nel giro di alcuni giorni e tutte le massaie non uscivano da casa in quel periodo, per paura di restare con la casa dissacrata.   

Il prete era sempre accompagnato da un ragazzo, che portava in una mano un recipiente con l’acqua benedetta (abitualmente un “nziru” di terracotta con la bocca larga) e nell’altra un paniere. In quell’occasione la gente come offerta dava monete spicciole metalliche, che erano poste nell’acqua benedetta.   

Passando per le strade, il ragazzo per attirare l’attenzione delle massaie, aveva il compito di gridare: “Passa l’acqua nova, ch’un avi sordi ci metti l’ova”. 

 Infatti, molte famiglie, non avendo soldi o altro da offrire, davano le uova delle proprie galline, che il ragazzo sistemava nel paniere. Non c’è da meravigliarsi dell’offerta di uova; durante la civiltà contadina molte famiglie tenevano le galline in casa, per necessità e per tradizione, anche perché vigeva ancora il baratto fra le donne vicine di casa e l’uovo era considerato un mezzo di scambio. Così, nei cortili, spesso il cavolo o il latte della vicina “cummaredda” si scambiavano con delle uova. Ricordo che il pescivendolo venuto a piedi scalzi da Mazara, con sulle spalle un paio di cassette di pesce, tornava a casa con uova o prodotti agricoli scambiati con i suoi pesci     

“Passa l’acqua nova, ch’un avi sordi ci metti l’ova”.  Sto per parlare di un’altra funzione religiosa, oggi scomparsa, che rientrava nella ricorrenza della Santa Pasqua.

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