Quando ai bambini si regalavano fichi secchi, cotogne e "favi caliati"

Immagine articolo: Quando ai bambini si regalavano fichi secchi, cotogne e “favi caliati“

In Sicilia la frutta continua ad essere considerata simbolo di abbondanza e auspicio di bene. Secondo la tradizione popolare, gli altari e gli archi trionfali, eletti in occasione delle ricorrenze festive vengono ancora preparati con rami di arbusti e palme e adornati con molta frutta fresca di vario colore, come avveniva in occasione degli “archi di lu Suignuri di lu Tri di Maiu” e come avviene ancora per gli  “altari di San Giuseppe”.   

Per la ricorrenza del due novembre, celebrazione dei defunti, secondo la tradizione, come regali, i bambini più poveri potevano ricevere “calia e favi caliati, pastigghia ficu sicchi, ranati, cutugna, nuci, nuciddi, nuciddi americani” (fave e ceci tostati, castagne secche, fichi secchi, melograni, cotogne, noci, noccioline, arachidi); inoltre frutta fresca. 

Non c’è da meravigliarsi dei regali così miserevoli per i giorni nostri; ma la frutta, assieme ai dolci e alla carne, allora era considerata un bene voluttuario. I meno poveri ricevevano oltre a “li cosi di morti”, come “li pupi di zucchero, di origine araba, anche la frutta di “marturana”.   

“La frutta di marturana” o “La marturana”, il nome deriva dalla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio o della Martorana, eretta nel 1143 da Giorgio d'Antiochia, ammiraglio del re Normanno Ruggero II, nei pressi del vicino monastero benedettino, fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana nel 1194, da cui prese il nome, e di quello di Santa Caterina nel centro storico di Palermo, dove le suore lo preparavano e lo vendevano fino alla metà del 1900. 

Secondo una nota tradizione, la frutta di Martorana è nata perché le suore del convento della Martorana, per abbellire il convento per la visita del papa dell'epoca, non bastando  i frutti raccolti dal loro giardino, ne crearono di nuovi con mandorla e zucchero, dalla forma e colore così perfetto da confondersi con l’altra frutta.   

Questo dolce divenne famoso alla fine del 1812, con la venuta a Palermo di Maria Carolina d’Austria, Regina delle Due Sicilie, che andò a far visita alle monache del monastero della Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio  o della Marturana. 

Queste le offrirono dei dolci fatti di pasta reale fatta di mandorla e zucchero, confezionati in maniera molto simile alla forma e colore della frutta naturale, da fare rimanere stupefatta la sovrana. . Il nome "reale" attribuito alla pasta dolciaria si può ricondurre al fatto che essa fosse "degna di un re" per la bontà e le caratteristiche organolettiche. 

Inoltre, la frutta come albicocche, mele cotogne, fichi e agrumi viene utilizzata per confezionare marmellate (tra cui la cotognata a base di mele cotogne). Con le bucce delle arance e con i cedri si possono fare i canditi, con meloni, angurie e altri tipi di frutta si possono fare ottimi gelati, con fragole, limoni, pesche, mandorle, gelsi e così via, possono essere fatte le granite. Infine, è molto diffuso il consumo di frutta locale come carrube, gelsi, fichi, nespole e melograni. 

Ma il frutto più caratteristico siciliano resta il Ficodindia, che all'apparenza può sembrare immangiabile, perché ricoperto di spine, ma, tolta la buccia è un frutto molto dolce che si distingue, per i vari colori presentati in natura. I ficodindia più tardivi, che maturano verso settembre - ottobre, che in siciliano vengono chiamati Bastadduna sono più grandi, più gustosi e hanno meno semi all'interno.   

La frutta secca è considerata come il cibo festaiolo per eccellenza, poiché viene consumata principalmente in inverno, nei periodi natalizi e chiamati dal Siciliano “scacciu”.  -Le castagne si consumano arrostite e salate da mangiare calde o sotto forma di  “pastigghia” (castagne essiccate). -Le mandorle si consumavano moltissimo come alimento mangiate con pane. 

Oggi si continuano ad usare “atturrati” (mandorle tostate) o a “minnulata o cubaita” (mandorle caramellate).  -Inoltre, come produzione locale abbiamo i pistacchi (consumati tostati con sale), i fichi (freschi o essiccati “ficu sicchi”), l’uva (fresca o essiccata “uva passa = passuluna”). 

In Sicilia gli Arabi coltivavano l’arancio amaro per abbellire i loro giardini; per tale motivo gli agrumeti vennero chiamati giardini. Alle foglie si attribuivano poteri contro i malefici. I fiori d’arancio e di limone erano ricordati nei canti popolari; mentre nelle cerimonie nuziali erano molto usati durante “lu spusaliziu”, per ornare i buoi e il carro degli sposi. 

Anche il mirto, “la murtidda”, una pianta del bosco mediterraneo era molto usato come ornamento durante le manifestazioni festive civili e religiose; secondo la tradizione popolare era una pianta sacra alla Madonna. Dal suo frutto si ricava un dolce liquore. 

“Lu spinapuci” (il pungitopo) con le sue bacche rosse, come segno di buon auspicio era usato per l’addobbo natalizio del presepe e per l’interno delle case. E’ chiamato così perché  si credeva che i suoi rami, riuniti in piccoli mazzi e adagiati sui pavimenti delle case tenessero lontane le pulci. 

Nel passato, i suoi rami secchi e spinosi si intrecciavano a forma di corona ed erano posti attorno ai tronchi degli alberi da frutta, per proteggere il raccolto dagli attacchi dei topi o di altri animali, mentre nelle vecchie case coloniche, rametti di Pungitopo venivano attorcigliati ai piedi di dispense e madie alle quali era consuetudine conservare alimenti. 

In molti paesi della Sicilia, i rami e le foglie “d’addauru” (alloro) erano considerati simboli di vittoria, magia e divinazione.  Ancora oggi, in molte ricorrenze religiose le sue foglie, abbondanti vengono sparse per terra nelle strade e le sue fronde intrecciate a ghirlande ed archi trionfali per addobbare il percorso dei fedeli in processione. 

Anticamente, in alcuni paesi dell’entroterra siciliano, era usanza porre, all’ingresso della Grotta, piccoli rami dell’aromatico “rosa marina” (Rosmarino). La pianta, secondo un’antica credenza, sarebbe simbolo di rinascita e d'immortalità e i suoi piccoli fiori azzurri, se poggiati sul petto donassero la felicità; se ingeriti con pane e miele, proteggessero dai morsi degli animali velenosi. 

Si riteneva inoltre che i rami della pianta, se posti vicino agli usci delle case, tenessero lontani i serpenti e gli scorpioni e che il profumo delle foglie potenziasse la memoria. 

I rami di “ruggia” (corbezzoli) erano utilizzati per ornare i presepi.

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