L’oro rosso di Menfi tra storia e aneddoti

Immagine articolo: L’oro rosso di Menfi tra storia e aneddoti

Masi all'ura di notti era già in campagna e aiutati da so frati Neddru , comincia a cogliere pomodori, tutti lirono da cogliere. Il padrone Alfio Nuci voleva il terreno libero per l'ova di carduna e non c'era da fare storie. Raccolsero fino allo sfinimento nelle ore che precedono l'alba, aiutati dal lustro che faceva la luna.

A quasi mattino, il carretto era pieno di canceddri stracolmi di pomodoro e le bestie, che avevano portato pure. Così si diressero al paese. Maricchia li vide arrivare e si sentì cadere le braccia: “Tuttu chissu?” e si sentì sprofondare.

Tutto il lavoro che c'era da fare la subissò nello sconforto più nero. Poi guardando Masi, che c'era rimasto male, si sentì dire: “Ma lu sai chi ci vosi? E poi patruni Arfiu tutti li vosi cugghiuti; s'aviva a fari e poi: Attacca lu sceccu, dunni voli patruni. Quindi ittallu?

“No - fici subitu Maricchia - s'avi a fari!!!” .

Svegliò la vecchia Tiddra ,   so matri Peppina e Neddra la vicina, sintennula, aprì la porta e fici: “Quantu beddru pumadoru! Si travagghia, eh!” .   E l'altra: “Si mi aiuti ci n'e' pi tutti” .   “Va beni, va beni!” .

Le vecchie cominciarono a scartare il pomodoro: quello per la salsa nelle bottiglie e quello per l'estratto. Neddra: “Ni putemu fari dui di chiddri patatari siccati” .
Così ognuna, dopo aver messo un mezzo fazzoletto bianco sui capelli, scelse il suo compito.

Le vecchie vestite a nero pulirono con pezzuole asciutte il pomodoro, l'acqua dannu fa a lu pomodoru. Poi cominciarono a sistemare le conche stagnate sui tavoli, vi misero sopra l'ancini e il setaccio d'alluminio a fori grossi e iniziarono a passare il pomodoro già schiacciato e messo a scolare nelle carte.

Poi inizia un passarlo. Gli uomini, dopo essere levati il ​​verdume dalle mani, ma non dai vestiti, in campagna dovere tornare per preparare il terreno. Presero la mbrenna, così come erano, quasi in piedi e ripartirono. Maricchia prese la salsa passata la prima volta e col setaccio a buchi fitti passò una seconda volta in altre conche.

Intanto Nedda tagliava a metà i pomodori e si mise a sistemarli sullo scannaturi posto su due sedie. Finito di ordinarli, diede una bella spolverata col sale e li mise vicino al muro, dove già era arrivato il sole. Fatto questo disse: “Si avemu a fare sarsa sicca, ci vonnu autri scannaturi. Chi si fa?” .   Maricchia dissi: “Fa ccà.  - Indicando il setaccio. - Vaiu ni Sisa e Pippa e videmu si mi dunanu li sò” .

Così partì decisa e passò da Sisa ,   amica era li scannaturi glielo avresti dato. Ma Sisa stava facendo pane ea malincuore, temendo di dispiacere l'amica fece: “Appena finisciu e mettu a lettu lu pani, lu puliziu e ti lu portu” “Va beni, -  fici Maricchia - sempri megghiu di nenti” .

Passò da Pippa ,   che abitava nel cortile di fronte: “Mi sirvissi - fece con timidezza quasi - lu scannaturi, mi lu po' dari?” .   Si, e jè chi fazzu, taliu l'annivulatu? Lassa iri, suora è cosa!” .   “Lu capivi - fece Maricchia - e puru quannu t'ha sirvutu qualcosa, ti l'haiu pristatu” .   E ora no, - f eci l'altra con rabbia quasi - mi servono. Va beni?!” .   Maricchia: “Va beni va beni!” .   E uscì sconfortata dalla porta.    
 

All'angolo del cortile, la vecchia Tiddra aveva sentito lo scambio di parole tra le due giovani e, conoscendo la rancorosità di Pippa e la bontà e timidezza di Maricchia, le disse: “Senti, lu me nun è novu, ma po' sirviriti , voi voi?” .   “Si, - fici Maricchia - grazie donna Tiddra!” .   E l'altra, dandoglielo: “Nenti figghia, ea Pippa ci pensu jè. Quannu ci passanu li nervi ti lu fazzu dari e ti lu portu.  Lu sai, pi ora guai hannu cu don Nofriu lu patruni e sordi nun ci n'è.  - Completò tenendole una mano sul braccio e parlando a bassa voce. - “Ci voli pacienza a lu campari, figghia!” .   “Sissi donna Tiddra, grazi!” .   Fece riconoscente e se lo prese.

Poi uscì dal sottoportico e, andando verso casa sua, passò davanti al cortile di fronte. Non vedeva Vicinzina da tempo e la trova davanti mentre dava acqua alle piante alla porta di casa: “Bona iurnata!” . La donna anziana, ma ancora in forma fisica buona, al saluto di Maricchia rispose serena: “Bona jurnata a tia! Chi c'è?” .   Maricchia: “Cerco un scannaturi pi la sarsa sicca, mi lu po' dari unu?” .   Sì, - fece l'altra - sarsa assai hai a fari?” .   “Si, - rispose Maricchia - Masi purtà tuttu lu pumadoru, picchì avia a scippari tutti cosi. E ora c'è travagghiu pi mia e pi l'amici!” .   E l'altra, sola da sempre:   “Si vo' aiutu, finisciu ccà, - fece indicando le piante - pigghiu lu scannaturi e arrivu!” .   “Va bene, - fici Maricchia - mi nni vaiu!” tornando  a casa.

Avrebbe voluto continuare a cercare altre tavole ma pensò al lavoro che l'aspettava a casa: “Videmu si abbastanu, si no……” , e allungò il passo. Nel cortile di casa le vecchie continuavano a usare il setaccio grosso e già le conche si andavano riempiendo, mentre Neddra passava al setaccio fine. Anche Maricchia si mise al lavoro con un altro setaccio. Intanto arrivava Vicinzina con lo scannaturi: “Lu pò mettiri ccà cu chiddru di donna Pippa e s'arriva Sisa cu lu so sunnu già tri e putemu sistimari la sarsa!” .

Maricchia prese la scala a pioli e la sistemò sul lato assolato del cortile su dei conci di tufo (tistetti) e vi sistemò sopra li scannaturi che aveva. Passò di là zia Annittina, che vedendo un bel pò di gente chiese: “E chi? C’è chiffari?”. Lei rispose: “Sissi zia, magari troppu è!”.

“Voi aiutu? Pozzu veniri, vaiu nni me figghia e tornu”. “Grazii!” - Fici Maricchia. E di fatto poco dopo Annittina tornò: “Quanti beddri pumadoru! E chisti - fece guardando una cesta ancora piena - su tutti pizzutello. Chi fai, sarsa pi buttigghia?”.

“N’avemu passatu tantu, zia, ora un pocu si avissiru a sistimari a rocchi, ma lu tempu?”. “Va beni - rispose Annittina - li fazzu, dammi spacu e ccà ci su du seggi, pronta sugnu!”. E detto fatto, si mise seduta e con le forti mani rugose e nodose attaccò un pezzo di spago al lato della sedia che fermò con un peso e appoggiandovi sulle sbarre i piedi. L’altro capo lo tenne con la sinistra, mentre con la destra vi sistemò i piccoli pomodori legati a due a due da un peduncolo, di modo che li poteva sistemare a cavallo dello spago.

Ne mise parecchi, fino a formare una grossa fila, poi sciolse il nodo della sedia e mise il tutto sul grembiule, chiuse le due estremità facendo un nodo forte, avendo cura di lasciarne un pezzo libero: “Cussì - disse a Maricchia - li attacchi a li chiova di li mura o li metti nta lu sularu attaccati a li travi di lu tettu. Ti sirvirannu pi lu brodu, virduri, suppuni, frittati, ni pigghi un pocu e ci lu ietti dintra. Sunnu sempri boni, na puliziata e iungi sapuri”.

Intanto arrivarono Pippa con due scannaturi, Sisa che portò il suo e pure donna Vicinzina, tutte pronte a dare una mano. La vecchia Pippa disse: “Lu vidi, semu ccà pronti e poi: Centu mani Diu li binidici. Cuminciamu, chi facemu?”. E Maricchia: “La sarsa è già passata, ora pigghiu la scala”.

Di fatto, entrò nella carrittaria dalla porta lì accanto, prese una scala a pioli la portò fuori. Intanto le altre avevano preso due robuste sedie e le avevano messe al sole, lei vi mise sopra la scala appoggiandone le estremità sulle due sedie, le altre vi sistemarono gli scannaturi e qualcuno arrivò con una conca e un mestolo grande: “Di sale com’è?” - Fece la vecchia. E Maricchia: “Sarà bonu lu sali?”. “Ci lu misi appena spaccatu lu pumadoru e misu a sculari ni la cesta, na sulata di pumadamuri e ‘na spruvulazzata di sali!”.

“Sazamu. - Fici la vecchia Pippa. - Bona è!” - Disse. E presero mestolate di salsa e la posero sullo scannaturi, poi passarono piano piano sugli altri. Si rialzarono da curve com’erano e la vecchia disse: “A la vò, a la vò, lu ben fattu nun è mai persu. Pumadoru pi sarsa ni la buttighia o pi sarsa sicca tuttu servi, lu vidi?”.

Le altre intanto passavano ancora salsa per bottiglie. Poi, avendo un pò di conche piene, dissero: “Putissimo cuminciari a cociri?”. E detto fatto, nell’angolo all’ombra misero in una fossa di terra battuta legna su cui posarono sopra legnetti, fuscelli di paglia e braci prese dal focolare già acceso di Neddra.

Diedero fuoco soffiandovi sopra, agitandovi un muscaloru e ben presto si levò una fiammella che fu alimentata con altri fuscelli di paglia, poi presero pure la legna di sotto, e preso fuoco bene si riempirono quadare di salsa e furono messe sul fuoco su un treppiedi di ferro.

Neddra disse: “La pala quatrata!”. E si piazzò a gambe larghe a girare il pomodoro. Dopo, quando il livello del succo cotto, scese di un bel po’ e la salsa era più densa, lo sogguardò e disse a Maricchia: “Bona pari, chi dici ah!”. E così fece l’altra, scendendo con cautela la quadara e, avvicinata una carteddra di bottiglie con mestoli e imbuti, cominciarono a riempirle.

Quando queste furono allineate sul tavolo, la vecchia Piddra arrivò con una matassa di spago e tappi di sughero, che erano stati fatti dagli uomini di casa con la scorza di lu busciuni che avevano a lu Voscu. Cominciò a tappare le bottiglie e fermò i tappi legandoli con lo spago ai colli delle bottiglie stesse.

Poi rimisero le quadare con acqua del pozzo sui fuochi preparati e iniziarono la bollitura. Dopo quasi mezz’ora spensero e dissero: “E pi chisti a dumani matina!”. Si diressero alle due file di scannaturi e rigirarono la salsa da seccare. Ora si concessero un pò di riposo. In mezzo ai pomodori, gli uomini avevano messo al fondo delle angurie belle rosse. Le donne si avvicinarono al tavolo esterno, vi misero una bella sperlonga e vi tagliarono le angurie, poi ne presero una fetta ciascuno e con un pò di pane mangiarono.

Finito, tornarono a controllare la salsa da seccare. E, dato che il sole scaldava forte, ancora si dissero: “Mi pare tempo di ristringiri!”. E con palette presero la salsa e la rigirarono ancora morbida, ma ancora un pò acquosa, poi la sistemarono su una metà degli scannaturi e vi tracciarono tante righe con la paletta, mentre qualcuno sistemava delle pietre piatte sotto un lato per creare pendenza.

Alcune tavole cominciarono a scolare la parte acquosa. Più tardi, spente le quadare, tornarono a rimescolare la salsa e a fare nuove strisce, ma stavolta erano più asciutte le righe. Mentre ritiravano la prima scala che non serviva più, presero li rocchi di pomodori e due alla volta li portarono dentro.

Maricchia salì la scala di legno e li andò ad attaccare ai chiodi infissi nelle travi del tetto, aiutata da Sisa che glieli porgeva. Qualcuna la tennero giù appesa al muro, vicino alla cucina a vapore. Le altre donne, ora che era quasi pomeriggio, restrinsero la salsa in tre scannaturi, che fecero asciugare ancora: “Quannu cala lu suli, si ponnu purtari in casa a riparu di l’umidità. E dumani, a suli scinnutu, ricuminciamu!”.

L'indomani, con una nuova giornata di sole, la salsa finì di asciugarsi e fu sistemata nelle sperloghe. Dovevano passare un po' di giorni, si sarebbe asciugata un poco ancora, ma sarebbe rimasta morbida. Poi Maricchia avrebbe preso un pugno di salsa secca e dopo averla massaggiata con l'olio, l'avrebbe sistemata in una burnia, già unta d'olio, aggiungendovene altre fino a riempirla. Sopra ancora olio e basilico fresco. Lasciati respirare ancora. Dopo essere stato ricco con il coperchio e il conservato. La riserva per l'inverno era pronta, lei era più serena, ma anche le sue amiche e si avvicinavano ma anche la loro parte, per i bisogni di un inverno intero.

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