Storia del culto e della festa di San Giuseppe a Menfi tra fede e tradizione

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LDa secoli il culto di San Giuseppe è ben radicato tra la popolazione menfitana, tanto da superare il Santo patrono S. Antonio da Padova per devozione.

I festeggiamenti in suo onore venivano celebrati a Marzo, seguendo il canone religioso, ma vennero poi nel secondo dopoguerra spostati ad Agosto, quando tornavano gli emigrati, affinché essi potessero essere partecipi della festa. In molti si saranno chiesti perché questo culto sia prevalso su tutti gli altri, tanto da far scomparire completamente quello di S. Antonio per secoli. Certamente i motivi sono da ricercarsi nell’ambiente contadino dell’area belicina.

La mietitura del grano, che cominciava sul finire di Maggio e si protraeva per Giugno era un processo molto lungo e complesso. Dato che dalla raccolta del grano dipendeva la sopravvivenza del nucleo familiare gli sforzi erano enormi, la fatica costante, la paura della fame gravava sulle famiglie.

La mietitura continuava anche se qualcuno si ammalava, o anche in condizioni climatiche avverse. Era impensabile pensare di poter perdere un solo giorno di lavoro tra i campi. Per questo la festa patronale di Sant’Antonio, celebrata il 13 Giugno, era per pochi. Col tempo sempre meno gente partecipava alla festa, quindi negli anni questa perse sempre più la sua sontuosità, gli eventi divennero sempre meno, e la festa scomparì nel silenzio.

Contemporaneamente, nel Settecento, prendeva sempre più piede il culto di San Giuseppe. Anche se questo santo non fu mai insignito del titolo di Santo Patrono di Menfi, ricevette più onori di quanto si fossero mai visti in quel paese fresco di fondazione. Annualmente si montava “l’apparatu di San Giuseppi”, un fastosissimo insieme di ori, drappi, arazzi, fiori e decorazioni che addobbavano la sua eponima chiesa durante la festa.

Poi vennero indette le Corse dei Berberi, ovvero il Palio Millusiano. E ancora la sontuosa Tavolata di San Giuseppe, colma di dolci, frutta e pani di ogni forma. All’alba i botti dell’alborata rimbombavano fino alle campagne, annunciando l’inizio dei giorni festivi.

E poi secoli dopo le strade, la piazza e la chiesa vennero ricoperte dalle tradizionali luminarie, formando immense gallerie di luce. Alla fine il culto del padre putativo di Gesù si affermò così tanto a Menfi da oscurare tutte le altre feste, tanto che vennero soppresse quelle di Sant’Antonio e di Maria Santissima dell’Udienza. Ma le celebrazioni in onore di questi due santi vennero poi, per decisione della parrocchia della Chiesa Madre, reintegrate in quella di San Giuseppe, generando un unicum in tutta la Valle del Belìce.

Durante la solenne processione di San Giuseppe si aggiungevano anche i simulacri di Sant’Antonio e di Maria dell’Udienza, e le tre vare lignee, dorate e splendenti, brillavano all’ultima luce della sera al suono delle trombe e dei tamburi o delle litanie recitate da migliaia di fedeli, mentre i fercoli erano preceduti da una schiera di sacerdoti e chierichetti.

Davanti al lunghissimo corteo erano innalzati gli stendardi delle confraternite e un’alta croce dorata.

Questa tradizione delle tre statue, probabilmente iniziata nella seconda metà dell’Ottocento, venne portata avanti fino ai primi anni del Novecento, quando venne interrotta per cause poco chiare, ma nei decenni la festa di San Giuseppe ha sempre continuato a evolversi. 

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