Una vocazione diventata professione: Leonardo Di Vita porta in scena i conflitti interiori con “Addictus”

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di Francesca Capizzi - Quando una scelta smette di essere libera e diventa una gabbia? Quando il bisogno di approvazione, il controllo, i social network, una relazione o una sostanza iniziano lentamente a impossessarsi della nostra vita? È da questi interrogativi, che appartengono a ciascuno di noi, che prende vita “Addictus – L’uomo attraverso la dipendenza”, lo spettacolo che martedì 5 agosto, alle 21.30, è andato in scena nel suggestivo III Cortile di Palazzo Filangeri Cutò di Santa Margherita di Belice.

Un viaggio teatrale intenso, sospeso tra dramma e thriller psicologico, capace di accompagnare il pubblico per circa un’ora dentro i meandri della mente umana, in un percorso fatto di emozioni, tensione e riflessione, senza offrire risposte preconfezionate ma lasciando che ciascuno trovi il proprio significato. A portarlo in scena è stato Leonardo Di Vita, 26 anni, originario di Santa Margherita di Belice, uno di quei giovani che hanno scelto di inseguire il proprio sogno con determinazione e sacrificio. Dopo tre anni di studi all’Action Academy di Roma, dove si è formato nella recitazione cinematografica, ha proseguito il suo percorso artistico specializzandosi anche nel doppiaggio, continuando a costruire la propria identità attraverso lo studio e la ricerca. Un cammino iniziato da bambino e mai interrotto.

«La recitazione mi ha sempre accompagnato fin da piccolo. È parte di me, è quello che sono», racconta. Una frase che racchiude il senso di una vocazione diventata professione e oggi anche scrittura, regia e interpretazione. Con “Addictus”, infatti, Leonardo Di Vita firma il progetto più personale della sua giovane carriera. Lo spettacolo è scritto, diretto e interpretato da lui, con musiche e sound design di Pietro Tamburello e la voce narrante dell’attrice Giulia Milanese, e nasce dall’osservazione della società contemporanea e delle sue fragilità.

«Viviamo in una società satura di stimoli. Non riusciamo più nemmeno ad abitare la noia. Oggi il concetto di dipendenza non riguarda soltanto le sostanze, ma anche le relazioni, i social, il bisogno di controllo e di approvazione. Mi interessava raccontare il momento preciso in cui una scelta libera smette di esserlo e diventa una gabbia», spiega l’attore.

Per cinquanta, sessanta minuti il pubblico è stato invitato a compiere un viaggio dentro la mente del protagonista, attraversando emozioni, paure e conflitti interiori. È un teatro fortemente fisico, nel quale il linguaggio del corpo assume la stessa forza delle parole. Ogni movimento, ogni gesto, ogni suono accompagna lo spettatore in un crescendo emotivo, fino a farlo entrare in quel vortice psicologico in cui realtà e percezione finiscono per confondersi. Le musiche e il sound design di Pietro Tamburello non fanno soltanto da sfondo, ma diventano parte integrante della narrazione, amplificando ogni emozione, mentre la voce di Giulia Milanese, nei panni della coscienza del protagonista, accompagna questo percorso interiore, quasi prendendo per mano lo spettatore. La suggestiva cornice di Palazzo Filangeri Cutò è diventata così il luogo ideale per un’esperienza immersiva che non si è limitata a raccontare una storia, ma ha invitato il pubblico a viverla, lasciando spazio alle emozioni e all’immaginazione. La scelta di essere contemporaneamente autore, regista e interprete non nasce dal desiderio di accentrare il progetto, ma da una precisa esigenza creativa.

«Raccontare una discesa così intima richiedeva un controllo totale sul ritmo e sul linguaggio scenico. Volevo mettere a nudo la fragilità dell’uomo moderno di fronte alle proprie ossessioni». E proprio come accade nella vita, anche lo spettacolo non offre risposte definitive né pretende di indicare una strada. «Non voglio fare la morale né una predica. Non voglio dire allo spettatore quale sia la soluzione. È semplicemente la mia visione. Ognuno è stato libero di interpretare ciò che ha visto e di dare un significato personale al finale».

È questa la forza di “Addictus”: trasformare il teatro in uno spazio di riflessione, dove ogni spettatore diventa parte del racconto e torna a casa con una domanda diversa da quella con cui è entrato. Perché, in fondo, la dipendenza non è soltanto ciò che ci imprigiona, ma anche ciò che ci costringe a guardarci dentro. E Leonardo Di Vita, con la sensibilità e il coraggio di un giovane artista che ha scelto di mettersi in gioco fino in fondo, dimostra come il teatro possa ancora emozionare, scuotere e lasciare un segno ben oltre il calare del sipario.

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