Da giorni l’imprenditore testimone di giustizia Ignazio Cutrò è senza scorta armata. Al posto della camionetta dei carabinieri che stazionava sotto la sua abitazione, il servizio di vigilanza è garantito da telecamere. Un po' come il "grande fratello", con la sola differenza che, mentre le scene della tv sono solo spettacolo, quello che succede a casa dell’imprenditore di Bivona è reale.
Chiunque dovesse avvicinarsi alla proprietà e abitazione di Cutrò sarà inquadrato dalle telecamere, le immagini saranno inviate ad un monitor che il centro di controllo esaminerà, procedendo ad una eventuale autorizzazione o a far scattare l’allarme. Nel caso peggiore una pattuglia di Carabinieri partirebbe dalla caserma di Bivona, nella speranza che arrivi in tempo sul posto e non su quella che potrebbe già essere una scena del crimine. Una sorveglienza macchinosa e complicata insomma, che non è andata giù soprattutto allo stesso Cutrò:
“Sembra proprio, dice Cutrò, che da quando ho iniziato a “lamentarmi” per gli inefficaci sistemi di sicurezza allestiti intorno a me, lo Stato mi ha voluto ripagare in questo modo, in maniera quasi ritorsiva”.
Tra poco usciranno di galera, per espiazione pena, i mafiosi che Ignazio Cutrò, grazie alla sua collaborazione con la Giustizia, ha fatto condannare ad oltre 50 anni di carcere, ovvero i fratelli Panepinto.