“Se quel cane mordeva mia madre…? Se non fosse stato per i vicini di casa che sentendo le grida sono usciti immediatamente dalle loro case…? Come sarebbe andata a finire?”
Questa è l’amara riflessione di Michele, figlio della menfitana che è stata quasi aggredita da un randagio in via Ludovico Viviani.
Alla donna è andata bene, ‘solo’ un grande spavento, rientrato col conforto dei vicini. La signora si è poi recata al Comando dei vigili urbani per segnalare l’accaduto: i vigili le hanno assicurato che domani saranno presi i provvedimenti del caso.
Ma, al contempo, hanno avvertito di stare comunque molto attenta: pare, infatti, che circoli indisturbato tra le vie della zona trasferimento anche un altro randagio di razza dobermann.
In tutto ciò, chi si dovrebbe occupare di tutto questo pare abbia tirato i remi in barca.
L’unione dei comuni terre sicane, infatti, in uno degli scorsi consigli, doveva prendere atto della sospensione del servizio randagismo.
I quattro comuni, infatti, sono in credito per circa 100 mila euro.
L’unico servizio gestito da questo carrozzone politico non funziona.
C’è chi sostiene addirittura, che si tratti di un Ente che serva soltanto a offrire posti e poltrone.
Secondo l’attuale legge sul randagismo ogni municipalità è obbligata a prelevare i cani abbandonati e a prendersene cura e non a sopprimerli. L’abbandono è punito con la reclusione fino a un anno o con una multa fino a 10mila euro. Ma le irregolarità che riguradano le amministrazioni locali sono tante. Secondo l’ Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente sono 1650 i comuni che non hanno un canile e oltre 1200 quelli che neanche hanno un servizio per la cattura dei randagi. E le maggiori irregolarità si hanno in Sicilia, Campania e Abruzzo.
Intanto, l’accalappiacani non c’è né al Comune né all’Unione dei Comuni: in compenso, i randagi sono di tutti.