VIDEO: Inaugurata la Pala d'Altare della Chiesa Madre del maestro Bondì.

VIDEO: Inaugurata la Pala d'Altare della Chiesa Madre del maestro Bondì.

Affacciati su balconi e affollati per il corso principale, i menfitani non rinuncerebbero mai a vivere l’Incontro di Pasqua. San Michele corre ad annunciare a Maria Addolorata che suo figlio Gesù è risorto. Lei non crede, e lui deve insistere più volte, portato a spalla dai devoti, finché lei avanza e finalmente incontra il Risorto, spogliandosi del lutto, vestita d’azzurro e di colombe bianche che volano sulle note della banda che suona festosa tra botti sparati in segno di festa. Dalla fede alla tradizione il passo è breve e consueto, la novità di quest’anno è un passo inverso: dalla tradizione alla teologia raffigurata per immagini.

Lo ha fatto egregiamente l’artista menfitano Francesco Bondì, che ha realizzato per la Chiesa Madre di Menfi una maestosa Pala d’Altare raffigurante la Risurrezione per l’altare maggiore della chiesa, danneggiata dal terremoto del Belice del 1968 e restituita alla città dopo un progetto del Gregotti. I colori assestati su oltre sette metri di tela inondano di luce la chiesa menfitana: molti azzurri, niente nero, e lo scioglimento del lutto affidato allo svelamento della natura, riportando al mito di Demetra e Proserpina, fortemente legato alla tradizione di Sicilia. Bondì, non ancora trentenne, ha già curato, tra l’altro, importanti titoli nella lirica e nel teatro di ricerca, è già autore di diverse opere sacre e scenografo di fama internazionale (sue, ad esempio, le scene della prima del “Don Carlo” di Giuseppe Verdi a Seul, in Corea).

La solenne inaugurazione è avvenuta nel pomeriggio di Pasqua: a scoprire la tela, mentre nella chiesa risuonava la melodia per organo composta ed eseguita dal giovanissimo Vincenzo Alesi, il sindaco di Menfi, Michele Botta, e il direttore generale delle Cantine Settesoli, Salvatore Li Petri, in rappresentanza di parte della committenza, e alla presenza delle famiglie dei Madunnari, Sanmichelari e Signurari, le famiglie che storicamente si tramandano la custodia delle tre statue dei Santi protagoniste dell’Incontro.

Curiosa la provenienza di quella di San Michele che, secondo la tradizione, Menfi avrebbe ottenuto da Santa Margherita Belice in cambio di due botti di vino (con l’obbligo di mettere in scena l’Incontro ogni domenica di Pasqua, a mezzogiorno preciso, a prescindere dalla condizioni atmosferiche).

L’opera è stata infatti donata alla città da Comune, Cantine Settesoli, Lions Club, Rotary Club e dal gruppo Med’Al delle famiglie Li Petri e Monaco.

Di seguito l’iconografia dell’opera:

La tela si apre, in alto, con l’aurora del Sole di Pasqua, davanti al quale appare solenne lo Spirito Santo. Accanto ad esso due allegorie, a sinistra il Passato, raffigurato nelle sembianze di un uomo anziano con una clessidra vuota, per indicare un tempo già consumato, e la maschera della tragedia greca che qui evoca la religione pagana al cospetto di una nuova epoca religiosa: il Cristianesimo.

A destra il Futuro, un giovane velato perché ne ignoriamo l’identità, con un gesto della mano destra indica Cristo e dai suoi fianchi, legato, pende un uovo su cui scivola una goccia di sangue, simbolo di una nuova origine, di un divenire che si ispira a Cristo.
Al centro, paterno e glorioso, Cristo risorto, la sua mano destra impugna il vessillo di gloria, la sua sinistra accoglie il popolo di Dio, immagine della Redenzione. Alla destra di Cristo, in una sacra disputa, i quattro Evangelisti, impegnati nella stesura del Vangelo. Alla Sua sinistra, San Giovanni il discepolo e la Maddalena che porta con se il vasetto di mirra con cui avrebbe unto il corpo di Cristo il terzo giorno.

Accanto alla Maddalena, in alto a destra, una donna e un fauno impegnati in uno scambio di simboli legati al rito della fecondità, lui le offre il tirso, lei il melograno, simboli che evocano l’unione congiunta di maschile e femminile.
Nel livello sottostante il momento centrale dell’opera, l’Incontro di Maria con il Figlio, annunciato da San Michele. Sullo sfondo, la Torre Federiciana, un vigneto, poi il mare, per indicare che questa formula dell’annuncio dell’Arcangelo Michele a Maria è l’espressione della tradizione pasquale menfitana.

Tre donne impegnate a togliere il mantello nero di Maria, ai suoi piedi si risveglia la Natura, tra le sue mani un pendolo (la sua cintura che termina con un melograno), perché è Lei che segna il tempo della Primavera. Dietro di Lei un fauno che l’incorona Regina del Cielo.
Sull’arco trionfale San Pietro, a sinistra, San Paolo a destra, al centro San Giovanni il Battista, la sua croce in asse con l’asta della bandiera di Cristo evocano quella linea del disegno di Dio che dal Vecchio Testamento passa al Nuovo per mezzo del “si” di Maria, che ha rivoluzionato la Storia, la sua mano infatti interrompe e inaugura la linea diagonale che da San Giovanni, ultimo dei profeti, continua accanto alla figura di Cristo.

Procedendo al contrario nella lettura di questa linea, composta dall’asta della bandiera di Cristo e dalla croce di San Giovanni, e procedendo oltre il dipinto, arriviamo con lo sguardo sulla chiave di volta dell’arco dell’altare sottostante, come a dire “ la Pietra scartata dai costruttori e diventata testata d’angolo” (Mc 12, 1-12).

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