Parliamo un po’, stavolta, dell’opera di Amos Oz, “Il monte del cattivo consiglio” (Feltrinelli editore), che stasera riceverà, nel terzo cortile di Palazzo Filangeri di Cutò, a Santa Margherita di Belìce, il premio Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Non di romanzo, ma di tre racconti lunghi, in effetti, si tratta per quest’opera di Oz, scritta nel 1976, ma ancora attuale, come testimonianza personale di un epoca e dello stato mentale che gli accadimenti di un determinato periodo storico, possono avere sulla crescita e formazione dell’animo umano.
Tre racconti, abbiamo detto, ma indissolubilmente legati da un forte filo conduttore comune, ossia l’autobiografismo con cui l’autore-narratore, sotto le sembianze di due bambini, Hillel e Uriel, parla degli accadimenti, reguardanti la piccola cerchia degli affetti-mondo del suo essere bambino, o meglio, di quegli accadimenti in cui il suo piccolo mondo si muove, in un attesa, quasi sospesa nel tempo, degli accadimenti che porteranno di lì a breve alla nascita dello Stato di Israele.
Scenario comune, la Gerusalemme del 1946/47, nella quale, provenienti da tutta Europa, sono confluiti migliaia e migliaia di Ebrei, in un Esodo al contrario verso la terra, la Palestina, che li aveva visti nascere e poi sparpagliarsi per il mondo, la Diaspora. Gli Ebrei, o meglio quel che restava del popolo ebraico-europeo, fuggiti, o scacciati, o “invitati” dai vari governi dell’Europa di quei tempi, appena uscita dalle tremende lacerazioni di una guerra (1939-45) che per certi versi li aveva visti quasi come capri espiatorii in una Germania avvolta nelle spire di un antisemitismo follemente fanatico, testimone di antichi odii e paure, sono confluiti in massa in Palestina, distribuendosi fra le varie città e territori di quella loro antichissima Patria d’origine, allora (nel 1946/7) sotto il “protettorato” inglese, ambiguo e sfuggente, che di fatto “governava” direttamente o trasversalmente tutto il Medioriente.
La Palestina era, insomma, per la visione politica del tempo, lo “scatolone di sabbia” dove “scaricare”, o forse “seppellire” da parte di una colpevole Europa, un problema storico, morale e falsamente reale, quale quello ebraico-europeo, dopo gli sterminii della follia nazista, e la silenziosa ed ipocrita acquiescenza dei vari governi ufficiali di allora, che, ufficialmente ignoravano, ma trasversalmente sapevano benissimo, cosa accadesse agli ebrei, ed alle etnie minori o “diverse”, in quell’Europa civilissima ma tornata,inaspettatamente al più buio periodo dei secoli bui. Era, l’antica Terra Promessa, la Palestina appunto, una sorta di “confessionale” della cattiva coscienza di un a società, che pur condannando il nazismo e le sue efferatezze, voleva togliersi di fatto quell’incomodo imbarazzo rappresentato dalla presenza degli Ebrei sopravvissuti.
Ed è in questa nuova società, composta da mille etnie nuove, diverse, ma di comune stipite, che si muovono, e “riflettono”, i due ragazzini dei tre racconti, che altro non sono, poi,che lo stesso autore allora ragazzino, che rivive quei tempi, immediatamente preparatorii alla guerra del 1948 da cui nascerà lo Stato di Israele.
Non è,” Il monte del cattivo consiglio”, un romanzo, né tantomeno un thriller; non vi sono colpi di scena, lampi improvvisi, non vi è in sostanza una vera e propria suspence, per come la si intende comunemente, ma proprio per questa sua apparente nudità di qualità intriganti, è invece carico di una sua tensione interiore che avvolge sottilmente il lettore, portandolo, attraverso tre storie solo apparentemente diverse, a “sentire” la tensione di un mondo in divenire, di una guerra appena appena dietro l’angolo di casa, anzi, addirittura “in casa”.
I personaggi delle storie si muovono in un tempo lento, seppur inesorabile, vediamo così l’ambiguità altezzosa dei “protettori” inglesi, e l’apparente serenità insoddisfatta ma signorile del padre di Uriel, nel primo racconto che dà il nome al libro, alternarsi alla fragile frivolezza della madre, che finirà, dopo il ballo dato dall’Alto Commissario inglese, fra le braccia dello stesso. Incontriamo Mitia, strano e sfuggente inquilino a casa della famiglia di Hillel, con la sua aria sfuggente ed ambigua, da “intellettuale famelico”, misterioso ed indecifrabile ad un tempo, almeno quel tanto che basta a far chiedere al lettore “ma questo in realtà che fà, che ruolo ha, è semplicemente un po' “fuori di testa”, o è una spia dei nascenti “servizi” israeliani? Mitia, è il dubbio, l’incognita, la componente, insomma che contribuisce, con gli altri elementi che si intrecciano ad elevare il livello del racconto, fatto di personaggi già sconfitti dalla vita, rendendolo intrigante e dandogli una sua carica di tensione che apparentemente si nasconde nelle riflessioni di Mitia-Amos bambino.
Stessa Gerusalemme per il secondo racconto di questa piccola trilogia, “il signor Levi”. Quì è la volta di Uriel Kolodny, riflettere sugli accadimenti, apparentemente banali e routinari, che gli ruotano attorno. Suo eroe, Efraim, un ragazzo “più grande”, elettrotecnico e probabile membro della resistenza, forse amante della madre di Uriel, verso il quale Uriel mostra un amore enorme, e nel quale ripone, strane riflessioni per un bambino, le speranze per un domani migliore della Nazione. Anche qui non vi sono vinti o vincitori, ma personaggi apparentemente semplici, direi quasi “giornalieri”, ma questa sensazione è smentita dal sapere, ovviamente a posteriori, come andrà a finire questo mix di personaggi e riflessioni di un uomo-bambino, o bambino-uomo, che è il “piccolo” Uriel.
Terzo ed ultimo racconto Nostalgia, si distacca in un certo senso dai due precedenti, in quanto il punto d’osservazione dei fatti, parte da un adulto, il dottor Nussbaum , un vecchio chimico stanco e malato, votato idealmente alla causa sionista, che in una serie di lettere ad una sua amica-ex (forse) fiamma che vive ormai in America, Mina, espone il suo punto di vista sulla situazione e sugli accadimenti che gli si svolgono attorno. Nussbaum, che vive da solo, è stato “adottato”, quasi, dal piccolo Uriel e dalla sua famiglia, sui vicini di casa; ma è con Uriel che il vecchio chimico si confronta, quasi un affettuoso nonno, in un gioco altalenante fra l’assecondare gli “impeti” del ragazzino, e lo smorzare gli stessi, attraverso la pacatezza del dialogo. Destintaria dei resoconti epistolari del dottor Nussbaun, la sua vecchia fiamma Mina, ormai lontana, fisicamente, da Gerusalemme, ma forse anch’essa vicina alla “causa” ebraica. La storia, anche qui, come le due precedenti, non ha una sua fine reale, ma resta sospesa nella sicura certezza che domani saranno venti di guerra quelli che soffieranno sulla Palestina, ma che dai quei venti furiosi, calmatisi, apparentemente, le voci dei cannoni, nascerà una nuova nazione, lo Stato di Israele, che non sarà una fine, ma il principio di qualcosa di più grande chiamato Libertà.
Un libro, questo di Oz, da leggere con calma, cercando di coglierne le varie tematiche, che vanno ben al di là della pur intricatissima questione ebraico-palestinese, e che ben ha meritato il riconoscimento del Tomasi di Lampedusa, nel segno di una perenne ricerca di una unità mediterranea forse utopistica, ad oggi, ma non per questo da abbandonare in favore dell’autarchico singolarismo degli stati.