Al di là delle percentuali, della questione dell’ingovernabilità , termine che già da ieri sera, in molti hanno usato per dire che senza una maggioranza netta non si può lavorare per il bene dell’Italia, la vera analisi che viene fuori da questa competizione elettorale è quella voglia di cambiamento che, come successo anni fa con “La Rete” di Orlando, ritorna in Sicilia e in provincia di Agrigento, e lo ha dimostrato con i voti ad un movimento che aveva già dato sentore nel suo primo banco di prova che sono state le regionali, lanciando di fatto un chiaro messaggio. Un movimento da molti chiamato populista, antipolitico, che inneggia alla rivoluzione. Tutti aggettivi adesso azzeccati; populista è il risultato visto che è stato il primo partito in Sicilia, quindi voluto dalla stragrande maggioranza degli elettori, antipolitico esattamente perché a mandato a casa una vecchia maniera di fare politica, a mandato a casa vecchi nomi che da sempre avevano fatto la politica in Sicilia, facendo spazio a nomi e volti nuovi, rivoluzionario proprio perché si tratta davvero di un movimento in tal senso, ma solamente nel termine più sentito cioè quello di voler dire basta ad un modo di fare politica di cui la gente ormai era stanca da tempo.
Oggi tutti a parlare di boom del fenomeno Grillo, tutti a stupirsi come i grandi partiti abbiano a stento raggiunto percentuali per governare, di come adesso alcuni debbano necessariamente andare a braccetto con altri fino a ieri indigesti. Tutta una meraviglia e uno stupore che di fatto non è che poi fosse così eclatante. Il fenomeno delle 5 Stelle era già stato annunciato almeno in Sicilia nello scorso mese di ottobre; dalle urne era già venuto fuori quello che sarebbe poi successo tra qualche mese. Del resto le grandi coalizioni sapevano di questo, ma hanno voluto farsi ugualmente del male, riproponendo un Porcellum che ormai, visto la disaffezione dell’elettore alla politica, non avrebbe più garantito l’elezione ai grandi nomi. Da più parti era palese il disappunto ad un voto senza preferenza, ad un voto che potesse premiare chi stava nei primi posti oppure agli ultimi per via dell’opzione di chi si è candidato in primi posti in diverse regioni. E così questo è il risultato di una politica che fino a ieri si è fatta sorda al grido che proveniva dalle piazze, che proveniva dai blog, che proveniva dai tanti disoccupati, dai tanti cassaintegrati, dai tanti poveri. Una politica ancora una volta egocentrica e fine a se stessa, cioè quella di assicurare a tanti una poltrona ed un voto utile per fare i propri interessi. Ma adesso questa è storia, adesso si cambia registro, si cambia o almeno si spera, volto alla politica a cominciare dai tanti “nomi illustri” che non vedremo più. Ieri sera non si è cambiata solamente la gerarchia di una classe politica, non è cambiato solamente il modo di pensare degli italiani, indipendentemente se si sono fatti trasportare o meno dall’ “onda del movimento”. Da ieri sera è cambiata la volontà dell’elettore che ha voluto dire “no” agli scandali, “no” ad un politica ladrona, “no” alla casta dei soliti noti, “no” agli accordi preelettorali. Insomma no e basta! Il popolo che ne dicano i grandi studiosi, si è ripreso la sua sovranità, si è ripresa la sua libertà , il suo diritto al voto. L’Italiano almeno una bella percentuale, ha dimostrato di essere una testa pensante, di avere una dignità e di non essere più merce di scambio. Da diverse categorie è venuto fuori un voto nuovo, un voto ad un movimento che adesso ha una grossa responsabilità e che non dovrà deludere; adesso servirà agire e non “gridare”, servirà costruire un’italia nuova, dare speranza a chi ha dato, a chi dopo anni ha deciso di cambiare e andare contro i propri dogmi politici, al giovane ma anche all’anziano che ha votato il “comico”. Ma questa non è più una piazza, non è un teatro, questa è la sorte dell’italiano. Saprà adesso il “Grillo” rispondere alle tante aspettative, alle tante richieste? Ci auguriamo di si altrimenti nella sicilia dei proverbi, saremmo costretti a dire “megghiu lu tintu canusciutu chi lu megghiu a canusciri”.